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“Ladies and Gentlemen start your engines!”. Domani presso l’Indianapolis Motor Speedway, uno degli autodromi più iconici della storia dell’automobilismo, risuoneranno queste celebri parole che ormai, da oltre un secolo, danno il via ad una delle gare più cariche di allure ed ambite al mondo: la 500 Miglia di Indianapolis.

Dopo il lungo show pre-gara: dalle doverose celebrazioni all’esercito USA -la corsa anticipa infatti l’ultimo lunedì di maggio, per gli Yankees il Memorial Day- alla tradizionale esecuzione in salsa rock del “The Star-Spangled Banner”, scatterà finalmente la 103esima edizione della gara più veloce del pianeta. L’epopea centenaria dell’ovale più famoso del mondo comincia ormai nel lontano 1911: per l’occasione, il fondo della pista, composto da catrame e ghiaia, fu sostituito dall’installazione di oltre 3 milioni di mattoncini di porfido rosso, soluzione adottata fino al 1937 anno in cui vennero rimossi per far posto ad un più canonico e soprattutto “consono” asfalto. Gli americani però, si sa, sono tradizionalisti, pertanto l’amato porfido rosso non scomparve del tutto. Ancora oggi a testimonianza di quegli anni selvaggi e ruggenti dell’automobilismo rimane la celebre “Brickyard”, linea di partenza e di arrivo dell’ovale. Sebbene Dal 1950 al 1960 la tappa di Indy figura nel calendario del neonato mondiale di F1, la celebre corsa americana rimase a lungo un vero tabù per piloti e costruttori europei. Anello di congiunzione tra i due mondi furono i nomi di quei pochi mitici piloti che andarono alla conquista del West motoristico: dai britannici Jim Clark e Graham Hill negli anni Sessanta, passando a fine anni Ottanta per il brasiliano Emerson  Fittipaldi, fino alla recente (e fin qui deludente) avventura di un altro pluricampione della F1 come Fernando Alonso. Per molti drivers il trionfo ad Indianapolis fu invece il trampolino che gli permise di fare il grande salto in F1: fu così per l’intramontabile Mario Andretti detto “piedone” nel 1969 e, a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, per altri due piloti del “Nuovo Mondo” come Jacques Villeneuve e Juan Pablo Montoya. Rimossa dunque l’etichetta di “corsa americana per gli americani”, Indy 500 si è affermata in questi ultimi decenni sempre più come un evento globale. 

Le emozioni non si fermano però ai 200 giri da 4 miglia, percorsi a medie da capogiro da vetture dall’aerodinamica completamente “scarica” ed in grado di raggiungere i 370 km/h oltre che di favorire un numero infinito di emozioni e di sorpassi, ma continuano anche al parco chiuso. Lì vedrete altre insolite azioni come il vincitore cimentarsi nell’insolita tradizione del bere non il canonico champagne bensì una bottiglia di latte. Pratica che ebbe origine nel 1936 quando il vincitore, Louis Meyer, fu fotografato mentre festeggiava la vittoria bevendo una bottiglia ghiacciata del tipico latte americano. Da allora questo divenne un rituale, tanto che diverse compagnie produttrici di latte divennero poi nel corso degli anni sponsor della corsa. Non convenzionale infine è anche il trofeo consegnato al vincitore, l’enorme Borg Warner Trophy, come dimostrano le sue dimensioni, 162 cm di altezza per quasi 70 kg di peso, recante i bassorilievi dei volti di tutti i vincitori della mitica gara. Semplicità, spettacolo e tradizione sono dunque gli ingredienti che rendono unico questo tradizionale appuntamento del motorsport: per gli americani semplicemente “THE Race”.

Andrea Schinoppi

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