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Dici Germania ad un appassionato di Motorsport e la mente va subito al Nürburgring, l’Inferno Verde, sede ancora oggi di una celebre 24 ore dedicata alle vetture turismo e, fino al rogo di Lauda, tappa fissa del mondiale di F1. La Germania però ospita anche un altro storico circuito, l’Hockenheimring, ricco anch’esso di grande fascino, per merito soprattutto dei suoi (una volta) infiniti rettilinei: luoghi di feroci duelli per i piloti e probanti banchi di prova per l’affidabilità e la potenza dei propulsori, ma anche per il suo altrettanto celebre tratto misto, il cosiddetto “Motodrom”, un vero e proprio stadio per i motori a cielo aperto. Partiamo con la rassegna dei ricordi con un po’ di “pulp” alla Tarantino, anche perché non saprei come altro definire la celebre scazzottata nella ghiaia, datata 1982, tra il tre volte campione del mondo Nelson Piquet ed il malcapitato pilota cileno dell’ATS Eliseo Salazar, doppiato e colpevole di aver estromesso dalla corsa con un goffo tamponamento il brasiliano, in lotta per la vittoria della gara e del titolo iridato. Rimanendo in famiglia, nel 2008 questo stesso tracciato vedrà il primo e anche unico podio in F1 del figlio del grande Nelson, quel Piquet jr. rimasto nella storia della massima formula motoristica più per il “crashgate” di Singapore che per meriti sportivi. Ma tornando alla pista, non possiamo certo non citare l’edizione 2000, la più epica e pazza mai disputata nel tempio della velocità tedesco. Rubens Barrichello su Ferrari scatta 18° in griglia, a suon di sorpassi si porta in terza posizione, dietro però alle imprendibili Mclaren-Mercedes di Hakkinen e Coulthard: sembra tutto deciso, ma è qui che ha inizio la follia. La protesta di un dipendente licenziato della Mercedes che attraversa pericolosamente la pista, provoca l’intervento della Safety car ricompattando il gruppo ed annullando lo svantaggio di Rubinho dai battistrada. Poi comincia a piovere qua e là lungo i quasi 7 km di pista; tutti vanno ai box a montare gomme “rain” tranne il brasiliano che grazie ad una vera magia resiste in pista con le gomme d’asciutto. Il destino lo premia con un’incredibile vittoria: sul podio lui, primo vincitore brasiliano dalla scomparsa di “Magic” Ayrton, non riesce a trattenere le lacrime, abbandonandosi senza pudore ad un pianto liberatorio.

Il tracciato, situato non lontano da Stoccarda, vide anche il pit stop “più caldo” che si ricordi. Era il 1994 quando, con oltre vent’anni di anticipo sul figlio, un altro Verstappen (Jos) faceva letteralmente “fuoco e fiamme”. Fermatosi per la sosta con la sua Benetton ebbe un problema al bocchettone del (molto discusso) sistema di rifornimento del team anglo-italiano, il quale inondò di benzina tutta la piazzola di sosta: le fiamme, alte diversi metri, arrivarono addirittura a lambire la terrazza del paddock club, lasciando però per fortuna tutti illesi. La stessa cosa non si può dire però per altri incidenti avvenuti sul tracciato teutonico. Nel 1982 durante le qualifiche Didier Pironi su Ferrari perse l’uso delle gambe dopo aver tamponato, a grande velocità ed in condizioni di ridotta visibilità per la forte pioggia, la Renault di Alain Prost che procedeva lentamente sulla pista. Nel 1968 invece, durante una gara di Formula 2 perse la vita il più grande pilota dell’epoca: l’asso scozzese Jim Clark.

L’ultimo a scrivere il proprio nome sull’albo d’oro della pista, prima che quest’ultima fosse brutalmente tagliata e deturpata non solo del suo infinito rettilineo ma anche del suo fascino, venendo ridotta ad una pistarella imperniata su di un tornantino, fu Schumacher, non però Michael “il Kaiser”, bensì il bistrattato fratello Ralf, al top nel 2001 con la sua Williams spinta dal potentissimo V10 BMW. Ed eccoci malinconicamente ai giorni nostri: la pista da ormai un decennio fatica ad organizzare annualmente il GP, vedendosi spesso costretta ad ospitare la competizione ad anni alterni. Nel 2018 il Grand Prix di casa fu “l’inizio della fine” per le speranze di titolo di Seb Vettel e della Rossa di Maranello; quest’anno il timore che, vista la stagione, si assista ad una doppietta delle Frecce d’argento sembra più che fondato. Ancor più fondato di un successo del dominatore Lewis Hamilton sembra però il fatto che probabilmente il 2019 vedrà calare il sipario sull’autodromo tedesco, privando così milioni di appassionati di un gran premio che ha contribuito a fare la storia, con le sue 63 edizioni, della Formula 1; ma forse in fondo, deturpato nel 2001 del suo layout unico, sono già 18 anni che l’Hockenheimring ci manca.

Andrea Schinoppi

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